GESÙ INCONTRA PIETRO: la fragilità e l' 'onnipotenza' del Cristo risorto

Redazione GIM 05 Jun 2016
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami? ”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene? ”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21,15-17).

Cos’è che ci rende umani e ci mantiene umani? Sono le relazioni che intessiamo con i nostri fratelli e sorelle. E così, quando una relazione importante si interrompe in maniera brusca e violenta, per noi è un trauma molto difficile da superare, un trauma che ci lascia ferite aperte. Nel capitolo precedente del Vangelo di Giovanni, il Risorto aveva mostrato tutte le sue piaghe: “mostrò loro le mani e il costato“ (Gv 20,21). E sappiamo che il Crocifisso portava ferite nelle mani ma anche nel cuore, per essersi sentito tradito o abbandonato dai suoi amici.

Come afferma Schreiter, le ferite ci ricordano “quanto facilmente possa essere leso il corpo umano. Ci ricordano che tutti i nostri progetti, personali e sociali, possono facilmente essere scompigliati”. Le nostre ferite ci ricordano che i nostri sogni sono fragili, e che anche le nostre speranze di comunione che a noi sembrano ben fondate in realtà sono esposte all’imprevedibilità della precarietà umana.

Gesù aveva un legame molto speciale con Simone: aveva voluto condividere con lui la luce e la gioia della Trasfigurazione, aveva pianto vicino a lui nel Getsemani, e lo aveva scelto come prima pietra della comunità messianica: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia comunità” (Mt 16,18). Inoltre, era l’unico apostolo cui aveva dato un nome nuovo: “Tu sei Simone… Ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1,42). Dare un nome nuovo a una persona era un atto di amore e di fiducia grandissima, come se Gesù gli dicesse: ‘Caro Pietro, d’ora in poi un nuovo orizzonte si apre per la tua vita, e sarà la nostra relazione di amicizia – simboleggiata da questo nuovo nome - a orientare la tua esistenza’. E accettando questo nome, era come se Pietro gli rispondesse: ‘Caro Gesù, mi hai dato un nome nuovo, una vita nuova che mi rende felice. Io l’accetto con gratitudine: sono figlio e amico tuo!’.

Ebbene, proprio Pietro rinnegò Gesù per ben tre volte, affermando: “Non conosco quell’uomo” (Mt 26,27 e Gv 18,17). Il Risorto porta ancora nel cuore la ferita di questo rinnegamento: sentirsi dire ‘Non ho niente a che fare con te’ proprio dall’amico cui aveva dato massima fiducia e in cui aveva posto le più grandi speranze dev’essere stato un dolore straziante per Gesù. E così adesso uno dei principali desideri del Risorto è quello di riallacciare questa relazione spezzata. Quindi, dopo aver mangiato del pesce insieme ai discepoli, il Risorto prende in disparte Pietro e gli domanda: “Simone di Giovanni, mi ami tu?” (Gv 21,16). Qui Gesù sta dando voce a uno degli interrogativi più profondi e più ‘umani’ del nostro cuore: c’è qualcuno che mi vuole bene? su chi posso davvero contare?

Abbiamo bisogno di saperlo, anche Gesù ha bisogno di saperlo, e con grande coraggio si espone al rischio del rifiuto: “Mi vuoi bene?”. Questa, dunque, è la principale manifestazione dell’umanità di Dio: condivide con noi la fragilità di essere esposto alle ferite.

Ma perché il Risorto vuole sapere se Pietro lo ama? Perché vuole sapere se ha ancora una dimora in cui poter riposare. Vi ricordate dove Gesù aveva detto che avrebbe trovato la sua dimora? “Se uno mi ama… il Padre mio lo amerà e noi… prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Sono le persone che ci amano la nostra dimora. A cosa varrebbe la resurrezione se Dio non potesse contare su qualcuno che gli vuole bene? E così il Crocifisso Risorto, abbandonato da tutti, torna a cercare casa. E la cerca, prima di tutto, nel cuore del suo amato Pietro. Gesù aveva preso dimora in Pietro e negli altri discepoli, e si sentiva abitato da loro: “Io in loro” (Gv 17,23). E’ quel sentirsi reciprocamente abitati che è il dono più bello dell’amicizia e l’anelito più intimo del nostro cuore. Ebbene, Gesù si era sentito rifiutato e rinnegato proprio da chi abitava in lui: una lacerazione intima, profonda… E’ molto triste quando un giorno ti svegli, e d’un tratto ti accorgi che non hai più una dimora: il Risorto è un Dio che al risveglio dalla morte si rende conto di non avere più una dimora, e allora si rimette in cammino alla ricerca di amici… 

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Redazione GIM

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