Il 2016 è stato, per me, un anno fondamentale del mio essere donna: gennaio ha portato via con sé mia nonna, la donna più forte che abbia mai conosciuto e che mi ha, per fortuna, lasciato in eredità molti dei suoi geni; la primavera ha recato invece l’annuncio della nascita della mia prima nipotina femmina, dopo tre maschi… Storie di vita di donne che si intrecciano e che mi hanno inevitabilmente costretta a fermarmi e domandarmi: che ci faccio io nel mezzo? Sono alla soglia dei 35 anni, un’età che non temo e a cui mi sento di appartenere sempre più, vivo con delle amiche, ho un lavoro, una macchina e una vita piena di amici e interessi. Eppure… eppure alla vigilia di questo Natale ho un desiderio ardente da affidare all’albero o al Bambin Gesù, un desiderio che coltivo da sempre e che, purtroppo, non si è ancora avverato; che mi spaventa sia per la sua potenza e per la possibilità che si avveri, sia per la fatica e il dolore che invece, non si realizzi mai.
Il mio desiderio è quello di costruire una famiglia ed essere madre. Qualche giorno fa, mi è stato detto che desiderare è lasciare aperto il cuore alla possibilità, preparare il terreno al dono. Il dono… Quel pacchetto colorato che a Natale ci affanniamo tanto a cercare e che speriamo non deluda mai. Il mio “piccolo” desiderio rappresenta, per me, la possibilità di entrare ancora di più a far parte del Regno, di fare la mia parte per il Regno, anche se so che si può fare molto anche da soli. E in quest’anno così delicato di migrazioni femminili nella mia vita, così affollato di lacrime che servono a pulire gli occhi dalla fatica e dalla tristezza per permettergli di accogliere la Novità, ripenso a cosa voglia dire per me essere Regno, ripenso al vangelo che è la mia vita e ai Vangeli più sacri scritti da altri, e mi viene in mente Matteo (3,13) con quella sapienza di donna che impasta il pane.
Sarò io capace della stessa saggezza? Saprò spendere le mie tre misure a prescindere dal realizzarsi o meno del mio desiderio? Non ho risposte. Ma ancora una volta faccio affidamento alle donne della mia famiglia per comprendere come poter fare la mia parte, incarnare un desiderio di Vita che mi abita e torno con la mente ai sabati di agosto di tanti anni fa, quando mia nonna faceva il pane per tutti. Il pane va protetto con coperte calde, tenuto al riparo finché cresce, custodito lontano da tutto. Dopo cotto, mia nonna lo metteva in apposite pezze di lino. Come quelle della Resurrezione. Il pane nel forno muore per essere consumato. Avvolto nei teli di lino attende di raffreddarsi per essere spezzato. C’era un profumo bellissimo quando mia nonna faceva il pane. È uno dei profumi più buoni del mondo. Ce ne dava un po’ anche a noi piccoli, di quell’impasto. Ma il nostro pane non cresceva mai. Eppure era lo stesso lievito. Erano le mani a essere diverse.